Donne tra infelicità e desiderio, l’India torna in concorso a Cannes

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CANNES -Anche in foto molto recenti Payal Kapadia sembra una bambina. È una giovane regista indiana che arriva in concorso a Cannes con il suo primo lungometraggio di finzione.

In precedenza aveva diretto alcuni corti e un importante documentario sulle lotte femminili nell’India dello scorso decennio, intitolato A Night time of Figuring out Nothing (“La notte in cui non si sa nulla”), anch’esso passato sulla Croisette. Il suo primo movie si intitola All We Think about as Mild (“Tutto ciò che immaginiamo in luce”) e segna il ritorno dell’India in concorso a Cannes dopo svariati decenni.

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È un movie importante, femminile e femminista, cosa che assume un valore molto alto in una società patriarcale come quella indiana dove il ruolo delle donne è ancora molto subalterno. Si potrebbe dire che il cinema indiano – anche quello commerciale, quello di Bollywood – ha un tema dominante: gli amori contrastati, in una società dove spesso sono ancora le famiglie a combinare i matrimoni delle proprie figlie.

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A volte si ha la sensazione che il cinema – e quindi la finzione – sia l’unico luogo, in India, dove ci si possa innamorare. Il movie di Kapadia trasporta questo tema in una narrazione quasi neorealista, a parte un finale dove il mito e il sogno sembrano prendersi la propria rivincita.

L’India, come sappiamo, è un subcontinente con molti stati, molte lingue e molte cinematografie assai various fra di loro. Il più grande cineasta indiano di sempre, Satyajit Ray, period per esempio nato a Calcutta ed period di lingua e cultura bengali. All We Think about as Mild si svolge a Mumbai, che è la città degli studi di Bollywood e del cinema più musicale e commerciale: rispetto al Bengala, letteralmente un altro mondo. Però Kapadia deve aver visto i movie di Ray, perché non solo ne riprende lo stile semi-documentaristico, ma ne assume anche un tema importante, l’inurbamento dei personaggi dalla campagna alla città.

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Anu e Prabha, le due protagoniste, sono infermiere in un grande ospedale di Mumbai. Dividono un appartamento ma sono molto various. Prabha, la più adulta, ha un marito emigrato in Germania che non vede da anni ed è molto bloccata di fronte alle timide avances di un medico che le chiede di leggere le sue poesie; Anu, più giovane, è innamorata di un ragazzo che incontra in modo clandestino ed è terrorizzata dalla possibile reazione della famiglia, che al paesello le sta organizzando un matrimonio con un tizio di cui non sa neppure il nome. La complicità fra le due è cementata da un viaggio: accompagnano una collega più anziana, Parvaty, che ha deciso di mollare la metropoli e ritornare al villaggio natio, sulla riva dell’oceano. In questo luogo che sembra cristallizzato nel tempo, i nodi sentimentali dei rapporti fra le tre donne verranno al pettine…

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Pur concentrandosi molto sui sentimenti e sulla quotidianità dei personaggi, Kapadia dissemina il movie di momenti che raccontano efficacemente il contesto sociale: le rivendicazioni sindacali delle infermiere, la lotta di Parvaty per non essere sfrattata di casa, le condizioni di lavoro in ospedale, il pendolarismo di migliaia e migliaia di persone. Il movie ci porta nelle strade e nei quartieri di Mumbai, confermando il talento della regista per il documentario. In questo particolare scorcio storico, e con una giuria di Cannes molto femminile, non ci stupiremmo di ritrovare All We Think about as Mild nel palmarès.

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