‘Supersex’ a Berlino, Rocco Siffredi: “La mia vita in una serie tra porno e dolore”

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Da un grande potere derivano grandi responsabilità, è la regola base del lavoro dei supereroi. Il bambino Rocco Siffredi, in un momento di dolore scopre di avere quello del sesso -l’elemento catalizzante non è un ragno radioattivo ma un fumetto per adulti lanciato da un camionista per strada- . Quel “dispositivo” tra le gambe lo renderà famoso nel mondo, ma ci vorranno un viaggio lungo trent’anni e sette episodi per raccontare la presa di consapevolezza di sé stesso, l’importanza dello sguardo sull’altro e la possibilità di amare davvero. Dopo aver visto tutta la serie ci sentiamo di dire che il risultato mantiene la promessa con cui il progetto ci period stato presentato a Parigi un anno fa: è il racconto melò della vita di Rocco Siffredi, la sessualità usata come mezzo di conoscenza in un racconto di formazione, un’opera destinata a un pubblico largo, pur se stratificata e profonda.

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Netflix ha scelto il palcoscenico della Berlinale per l’anteprima mondiale di Supersex. Schierati all’Adlon, storico albergo con affaccio sulla porta di Brandeburgo, ci sono i protagonisti – Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Adriano Giannini, i tre registi: Matteo Rovere, Francesco Carrozzini, Francesca Mazzoleni e la vice presidente di Netflix Tinny Andreatta. Ma, soprattutto, Rocco Siffredi: che piange, s’emoziona di fronte al racconto della sua vita, alle pieghe più dolorose come il rapporto con il fratello, interpretato da Adriano Giannini “che me lo ricorda moltissimo”. A quel punto l’attore si alza e va advert abbracciarlo per consolarlo: “Quello che si racconta è vero al 98%, mancano alcuni particolari che servono a preservare le persone della mia famiglia. Non riesco a distaccarmi dalla storia della mia famiglia, mi dispiace, ho pensato a mia madre, a mio fratello per fortuna ho santa Rosa – cube rivolgendosi alla moglie, Rosa Caracciolo, seduta tra i giornalisti – “Sono stato orgogliosamente un uomo oggetto per la donna e non lo dico con vanità, anzi a testa alta. Per avere tutto questo, qualcosa l’ho pagata”.

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Supersex è un racconto melò in cui la sessualità usata come mezzo di conoscenza. Spiega Francesca Manieri, che ha ideato e scritto la sceneggiatura, che “il melò è un dispositivo narrativo esplosivo rispetto al porno: nella serie volevamo spingere al massimo la tensione sentimentale”. Di sicuro non una serie dedicata ai cultori del genere o che potrà essere considerata una esaltazione del personaggio pubblico Siffredi e dell’immaginario che ha rappresenta. Non prevediamo scandali, ma piuttosto riflessioni (e discussioni) della serie, malgrado le quaranta scene di sesso e porno e bondage e orge e fellatio (compresa quella al funerale della madre che viene praticata a Rocco da un’amica della defunta, un episodio realmente accaduto). Le scene di sesso sono state realizzate con la presenza e l’aiuto dell’intimacy coordinator. “Netflix è capace di rompere tabù e stereotipi per raccontare personaggi memorabili, antieroe come l’antieroe Rocco Siffredi”, cube Tinny Andreatta, vice presidente per i contenuti italiani in Netflix.

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Rocco, (nella versione adulta è Alessandro Borghi, semplicemente perfetto), lo incontriamo bambino a Ortona, Abruzzo, figlio di una madre che lui adora ma che invece riversa tutte le sue attenzioni al fratello che, dopo essere stato colpito da un gruppo di ragazzini di una famiglia di vicini, ha problemi di ritardo mentale. La scoperta del giornalino – il sesso – diventano un modo per sfuggire al dolore, mentre ogni giorno in paese è ammaliato dalla ragazza più bella e libera, che fa coppia col fratellastro maggiore, da adulti sono interpretati da Jasmine Trinca e Adriano Giannini. Rocco adolescente (Saul Nanni) li raggiunge a Parigi, dove si scopre che il fratello costringe la moglie a battere a Pigalle, città in cui i desideri di sesso del giovane si materializzano. E mentre il ventenne Siffredi esplora i propri desideri e finisce al guinzaglio di una dominatrice, il fratellastro che ha preso la strada criminale, ancora più tormentato di lui, lo rifiuta. Nel locale di bondage Rocco viene notato, ma il primo ingresso nel porno è un disastro: non sa controllare il proprio corpo. Ma quel mondo diventa la sua ossessione e il suo habitat. Sarà destinato a scalarne le vette – da Parigi a Los Angeles – incrociando sulla sua strada Schicchi e Moana, abbandonati per costruire un impero e un immaginario tutti suoi.

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Lo sguardo che filtra l’esistenza del pornodivo è quello femminile femminista, di Francesca Manieri: “Chi fa questo mestiere ha il privilegio di raccontare la contemporaneità e Rocco la racconta, la interroga. Mi period information una possibilità rara per una donna: raccontare il maschile, che ho cercato di decostruire. Interrogando anche il rapporto tra il femminile e maschile oggi attraverso la chiave del porno”. Supersex non racconta “il porno” ma ciò che rappresenta: “Nel giro di trent’anni è passato dall’essere un dispositivo rivoluzionario, antagonista, a uno di controllo di massa, libero, free of charge, sul internet. Un cambio di paradigma”. Il porno di Siffredi è forte, con scene violente e umilianti nei confronti del femminile: “È noto per il cosiddetto tough intercourse, la sessualità dura. Ha portato la verità in quel mondo togliendo l’edulcorazione del desiderio. È consapevole del limite, che non è il tasso di percezione di violenza della scena sessuale, ma il consenso”. Resta, certo, l’ambiguità, “ma questa serie lavora onestamente dentro il tema e il portato culturale di cui lui è espressione”. Le scene di sesso diventano veicolo di conoscenza, “per Rocco sono epifanie, stadi della coscienza”. Nel movie si cube che la carne è il vero destino che abbiamo, “dobbiamo arrivare alla superficie, che è l’elemento più complesso, sapendo cosa c’è sotto”.

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Nessun intento moraleggiante e etico, “c’è un punto di vista molto forte, che è il mio, che sono una donna con una storia femminista di attivismo”. Rispetto a Boogie nights di Paul Thomas Anderson “la pornografia oggi è un’altra cosa, un dispositivo di massa”. Oggi è interessante la sessualità, che per Manieri il genere ha nascosto: “Rocco è il perverso polimorfo, non ha una sessualità violenta e ‘straight’ come la vediamo. È stato un homosexual nel movie Pornocrazia di Catherine Breillat, molto attaccato dal mondo della pornografia: la sua immagine non doveva essere corrotta. Ma lui non vede il male, ha la sessualità dell’infanzia, incontrollabile per qualunque dispositivo di potere. La serie cube: dove siamo messi noi, anche tra i generi? C’è una guerra? E se invece di combatterla raccontiamo la trappola del maschile, forse ci liberiamo tutti, uomini e donne”.

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Un tempo il porno significava libertà, cube Siffredi, “c’è stata una evoluzione, gli anni belli sono stati quelli Ottanta e Novanta, di Cicciolina, Moana, Schicchi. Allora il porno ha avuto una visibilità bella e pulita, guardando dal mondo con interesse, mentre fino a poco prima period difficile dire che facevi di mestiere il porno attore. Poi, dopo la morte di Moana, invece è cambiato tutto, c’è stata una industrializzazione del porno, non più una scelta di vocazione ma invece un sistema per guadagnare soldi. La mascolinità si è persa”.

Delle tante e impegnative scene di sesso Borghi cube “è molto faticoso girare il sesso per finta e non c’è neanche il premio finale”, scherza, ma nessun problema di pudore “Il rapporto con il corpo è sempre stato buono, non ho mai avuto problemi a usarlo per raccontare delle cose. Fin da ragazzino non ho mai avuto senso pudore del pudore. Qui la nudità period associata a una funzione narrativa forte, le scene di sesso non sono mai fini a sé stesse, rappresentano gli stati emotivi del personaggio”.

Racconta della sua educazione sessuale “il mio innamoramento per il sesso è iniziato da piccolo, l’educazione all’inizio è passata attraverso il porno, perché in questo paese di sesso non si può parlare. Il rischio è che l’educazione viene fatta per l’ottanta per cento negli spogliatoi della palestra o sui banchi di scuola ma senza i professori. Dove non c’è chi dà peso alle parole, all’educazione sessuale e sentimentale, che è anche più complessa. Sono cose correlate e io ho capito solo crescendo che period importante trovare il modo giusto per comunicare le mie pulsioni sessuali, c’è un processo fatto di attenzione e prendersi cura della comunicazione. La serie è stata una grande opportunità di interrogarmi su me stesso e la mia educazione sessuale, di cui non pensavo di avere bisogno, sbagliando”.

La serie – che nasce da un’concept di Lorenzo Mieli, produttore per The Condo (Fremantle) insieme a Groenlandia (Banijay) – sarà disponibile dal 6 marzo sulla piattaforma “con un classificazione diversa, cioè un accesso diverso a seconda dell’età, come succede per Netflix e cambierà di Paese in Paese, non quindi accessibile direttamente ai ragazzi”, spiega il regista e produttore Matteo Rovere.

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