Cannes, le foreste, i popoli indigeni, il futuro del mondo: dall’Amazzonia alla foresta del Borneo. Lo sciamano: “Se non facciamo qualcosa il cielo ci crolla addosso”

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CANNES – Sono migliaia i chilometri che separano la foresta amazzonica brasiliana e quella del Borneo, nel sud est asiatico eppure oggi a Cannes questi due ecosistemi, con i loro animali, le loro piante e soprattutto i loro popoli indigeni, combattono una battaglia comune per preservare il nostro pianeta, una battaglia che dovrebbe essere anche nostra.


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Sauvages (selvaggi) di Claude Barras (il regista del delizioso La mia vita da zucchina) ha impiegato otto anni per realizzare un movie in cease movement che racconta la deforestazione violenta da parte di un’azienda privata dal punto di vista di una ragazzina, nata da una mamma indigena, che vive ai bordi della foresta. Keria è un’adolescente come tante, fissata con il suo cellulare e la vita scolastica, fino a quando l’incontro prima con un piccolo di scimpanzé a cui hanno ucciso la mamma, poi – grazie al cuginetto – la scoperta della magia della foresta realizza la grande ingiustizia, la battaglia necessaria per il futuro di un popolo e di una terra.

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Barras ha raccontato quanto sia stato influenzato dall’attivista svizzero Bruno Manser, molto impegnato nella difesa della foresta del Borneo prima di scomparire in modo sospetto. Il regista, che proviene da una famiglia contadina svizzera seminomade che praticava la transumanza, ha subito creato un intenso rapporto con il popolo dei cacciatori e raccoglitori Penan. “I Penan che guardavano il cielo e sapevano capire in base a una nuvola se il giorno dopo ci sarebbe stato il sole mi hanno ricordato i miei nonni”.

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Il movie Savages non è solo uno dei titoli più belli visti qui a Cannes – ha la poesia del racconto dei ragazzi che c’period già ne La Vita da zucchina mescolata a un profondo impegno politico – è il punto di partenza di una campagna di sensibilizzazione, realizzata in collaborazione con esperti sul campo (Fondo Bruno Manser, Greenpeace, Foodwatch, Kalaweit), che testimonia la volontà del regista e della troupe del movie di andare oltre il movie stesso e utilizzare la propria piattaforma per difendere la gente, natura e specie minacciate dalla deforestazione. Invita il pubblico a fare lo stesso e advert agire concretamente.

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Alla Quinzaine des Cinéastes è stata presentato The Falling Sky, il documentario dei registi brasiliani Eryk Rocha e Gabriela Carneiro da Cunha (un lavoro di sette anni che poi si è concretizzato in un mese di riprese con una minitroupe di sei persone) che racconta la battaglia di un altro popolo, quello amazzonico Yanomami. Prodotto dagli stessi registi insieme alla produttrice italiana Donatella Palermo (dietro tutti i progetti di Gianfranco Rosi) con Rai cinema, il movie è un’immersione nella ritualità e nella quotidianità della gente indigena amazzonica che da anni combatte una battaglia impari contro una massiccia invasione di minatori alla ricerca di minerali, principalmente oro e cassiterite che hanno contaminato l’acqua e il pesce da mercurio.

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I registi con Davi Kopenawa 

“Il titolo è tratto dal libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano che ha scritto lo sciamano Davi Kopenawa Yanomami insieme all’antropologo Bruce Albert” ci racconta la regista Gabriela Carneiro da Cunha. “Siamo arrivati con l’concept di adattare il libro ma poi ci siamo resi conto che il movie doveva essere come un nuovo capitolo, mentre lavoravamo al progetto è morto il suocero di Davi, il precedente sciamano e lui ci ha invitato a filmare la cerimonia del passaggio tra la vita e la morte. Il titolo viene da un altro rituale che è quello del reahu, una cerimonia sciamanica che mobilita la comunità in uno sforzo collettivo per sostenere il cielo, per cucirlo e impedirgli di cadere. Il cielo è stato danneggiato dalle attività dell’uomo basta vedere quello che sta accadendo ovunque nel mondo, ho saputo che nel nord Italia ci sono state tante alluvioni e ugualmente sta succedendo nel sud del Brasile. Il cielo è già caduto in passato e potrebbe cadere di nuovo, finché ci sarà uno sciamano vivo non succederà, purtroppo continuano a morire di malattia e violenza”.

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Davi Kopenawa, che recentemente ha incontrato Papa Francesco, ha detto: “La foresta è viva. Morirà solo se i bianchi continueranno a distruggerla. Allora moriremo, uno dopo l’altro, sia noi che i bianchi. Tutti gli sciamani prima o poi moriranno. Quando non ci saranno più esseri viventi a sostenere il cielo, esso crollerà”. “Abbiamo raggiunto il momento in cui non possiamo più ignorare quello che sta accadendo alla nostra madre terra – conclude la regista brasiliana – è chiaro che il nostro rapporto con il pianeta non sta funzionando, è sotto gli occhi di tutti. Le persone come Davi e tutte le popolazioni indigene del mondo devono difendersi e difendere il posto dove vivono. Il cinema per loro è una forma di espressione, noi – proprio qui a questo pageant così importante – abbiamo un po’ perso il senso di valore delle immagini e del suono. Loro ce l’hanno molto forte nella loro cultura rituale”.

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