Alfa: “Leggo Platone, ma vi confesso che alla maturità ho copiato”

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La cameretta dove ha cominciato a suonare, a filmarsi mentre cantava per poi postare video sempre più virali sui social, mica l’ha dimenticata. Anzi, nel suo primo tour nei palazzetti — il 21 aprile sarà al Mandela Discussion board di Firenze — Alfa, al secolo Andrea De Filippi, l’ha riprodotta in scena persino con gli stessi notissimi mobili svedesi. Perché gli esordi non si dimenticano, nonostante i dischi d’oro e di platino, il successo a Sanremo con Vai!, quello del nuovo album Non so chi ha creato il mondo ma so che period innamorato, e la devozione dei giovanissimi. Che, ieri, hanno riempito la nostra redazione con un entusiasmo incontenibile, lo stesso dimostrato da Alfa. Una famous person, sì, ma umile.

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Una delle prime parole che si ascoltano nel suo nuovo album è donna. È solo un caso?

«La poesia introduttiva è stata scritta e letta per me da Roberto Vecchioni. L’album intero è un omaggio alla donna perché parla di amore, ma non dal punto di vista autobiografico. Ho preferito pormi come osservatore».

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Come è stato lavorare con Vecchioni?

«Una figata. Inutile dire quanto fossi in soggezione, però lui è uno che ha scritto pilastri della nostra canzone anche se sembra non rendersene conto. Quando ho conosciuto altri grandi ho sempre avvertito una certa arroganza e per carità, ci sta. Roberto invece dopo Sogna ragazzo sogna che abbiamo cantato insieme a Sanremo, mi ha abbracciato e mi ha ringraziato perché, ha detto, ho migliorato la sua canzone. È un gigante artistico e umano, e non sempre le due cose sono connesse».

Qualcuno, nella serata delle cowl al competition, ha pensato advert un passaggio di testimone.

«Troppo presto. Cerco di vivere la musica senza sbalzi di egocentrismo ed egomania perché ho visto troppi colleghi perdersi: l’arroganza è l’inizio del fallimento».

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Cosa evoca in lei la parola maestro?

«Sembro molto positivo ma, come tutti i miei coetanei, porto il mio fardello di ansie e paranoie. Da un po’ di tempo ho iniziato a patire il fatto di aver abbandonato l’università per il successo: ho mantenuto il contatto con i compagni di studi ma le nostre vite sono molto various. Nel mio piccolo cerco di leggere il più possibile. Sono convinto, advert esempio, che per parlare d’amore ci sia bisogno di esperienza, non bastano le storie che ti raccontano gli amici. Dunque per scrivere l’ultimo album ho letto libri che spiegano questo sentimento. Fromm, Crepet, Il simposio di Platone che al classico mi period parso noioso. Invece no».

Period bravo a scuola?

«Sì. Ma confesso che alla maturità ho copiato: è stato l’unico anno con le tre buste stile quiz televisivo, eravamo tutti scontenti — studenti, professori — e abbiamo tirato through. Oggi mi manca la ritualità scolastica. Persino la disciplina. E ai ragazzi dico: godetevi gli anni dell’istruzione, perché entrare nel mondo del lavoro non sarà per niente facile».

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Lei che ne fa parte, sente che la generazione Z viva l’amore in modo diverso, nuovo?

«Oggi l’amore è più egocentrico perché la mia generazione ha la grande fortuna e sfortuna di avere i social: siamo tutti più esposti, ansiosi, aggressivi nella nostra fragilità. Credo che da qui ai prossimi dieci anni ci sarà una specie di rivoluzione, perché la rabbia può arrivare solo fino a un certo punto. Mi aspetto un mondo in cui sarà bello dire sono vivo, non, finalmente, io prendo gli psicofarmaci perché fa figo. E credo anche che la mia generazione stia combattendo battaglie importanti per il clima e per la libertà sessuale. Temi che per noi sono praticamente già risolti, non per i nostri genitori. Insomma, non siamo sdraiati come tanti. Siamo solo più difficili da capire perché abbiamo nuovi mezzi di comunicazione».

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La tradizione cantautorale italiana è per lei un punto di riferimento?

«Genova, la città dove sono nato, ti fa passare per forza da quel tipo di musica crescendoti con Paoli, De André, Tenco. Mio padre mi ha iniziato a Vecchioni, lui e mamma si sono innamorati ascoltando Luci a San Siro ed è anche grazie a Roberto se io sono su questa terra. Mi piacerebbe essere un cantautore 2.0, ma devo meritarmelo, ci vuole tanto tempo».

Di Genova ha metabolizzato anche l’anarchia?

«Ho tutte le mie convinzioni politiche, ne parlo con i miei amici e se non lo faccio con la musica non è per parcaculaggine, ma perché a 23 anni non ho i mezzi per farlo. Credo che il cantautorato del futuro si libererà delle dinamiche politiche vecchio stile, perché certe battaglie sono così giuste e oggettive da risultare apartitiche: come fa un partito a essere contro la lotta per l’ambiente?».

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Si sente prigioniero di qualche cliché?

«Ho patito molto il put up Sanremo dal punto di vista dell’esposizione, perché non mi sono sentito me stesso ma il frutto di quello che period appena successo al competition. Però alla high quality io sono ciò che comunico anche indirettamente, e ho un grande desiderio di crescere sia dal punto di vista umano che artistico».

La prossima tappa di questa crescita?

«Mi piacerebbe scrivere ballad sulla scia del volto più sensibile e maturo mostrato a Sanremo. Stimo molto Tananai: sembrava solo che facesse giochini e invece con Tango ha rivelato grande coraggio».

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Lei però ha scritto una canzone sul femminicidio, Frida. Un altro atto di coraggio, visto il pubblico giovanissimo che la segue.

«È un problema culturale devastante. Prendiamo NotAllMen, l’hashtag per dire che non tutti gli uomini sono assassini: anche io all’inizio lo pensavo, solo dopo ho capito quanto fosse minimizzante, semplicistico e sbagliato. Frida è nato dopo la morte di Giulia Cecchettin. Mi ha colpito l’assoluta normalità delle persone coinvolte, gente come tanta, come i tuoi vicini. Nel mio piccolo, mi piace portare chi mi segue a riflettere sulle crepe della società. Ma non voglio essere portavoce di nessuno: preferisco arrivare a tutti ed è figo che, dopo Sanremo, per la strada finalmente mi riconoscano anche i genitori».

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Non ha mai nascosto di essere stato vittima di bullismo. Quella ferita si è rimarginata?

«Ho ancora oggi una tremenda paura di essere rifiutato. Mi sono risolto dal punto di vista delle critiche, perché nel mio lavoro piovono quotidianamente e impari a farti una corazza. E poi le persone che mi bullizzavano oggi mi seguono, vengono ai miei concerti con le loro compagne, sono miei fan. È stata una bella rivincita. Non ho più rabbia, perché l’ho sfogata con la musica, che mi ha fatto sentire di esistere nonostante ci fosse chi mi urlava il contrario».

Rivincita, non vendetta.

«Dipende da cosa ti hanno fatto, e da come l’hai superato. Se covassi ancora la rabbia repressa di allora, magari anche io parlerei di vendetta. Certo non avrei mai puntato su di me. Se guardo una mia foto delle medie, tutto penso tranne che un giorno avrei riempito il discussion board di Assago. Però è successo. Se vuoi, puoi».

Ha mai pensato di non farcela?

«Sempre, e più sali più temi di cadere. Oggi sono portato a pensare che ce la farò. E quando sono pessimista, ascolto A muso duro di Bertoli, un pezzo che mi dà la forza per dire: riparto».

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