Dai giudici ai telespettatori, così in television siamo arrivati all’period del televoto. E non sempre è un bene

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Televoto si, televoto no. La Rai si ‘interroga’, il Condacons e Assotuenti “chiedono chiarezza”. E intanto la musica ha già superato la settimana sanremese ed è sanamente debordata sulle piattaforme streaming e nelle radio, dove il parere del pubblico si esprimerà in maniera decisamente più chiara con le prossime classifiche.

Non staremo qui a riepilogare come funziona, per capirlo vi rimandiamo a un pezzo perfetto di Ettore Livini di qualche anno fa sul nostro giornale. Più interessante è, semmai, riuscire a capire perché, anno dopo anno, la televisione ha deciso di passare il compito di selezionare e premiare concorrenti, in qualsiasi tipo di programma, non a dei ‘giudici’, a degli ‘esperti’, fosse anche solo a degli appassionati del programma o della materia trattata, ma al pubblico, quelli che un tempo avremmo definito ‘telespettatori’ e che adesso non sono più spettatori ma, attraverso i propri smartphone sono diventati protagonisti delle trasmissioni televisive.

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Si televota tutto, dal cantante mascherato all’imitatore che è story e quale al cantante vero, dall’aspirante celebrità che è giorno e notte sotto gli occhi del Grande Fratello ai famosi sopravvissuti sull’isola, da chi balla con le stelle a chi cucina, scrive, o fa qualsiasi altra cosa possa essere sottoposta al giudizio del pubblico. È il trionfo della ‘democrazia diretta’? Non esattamente, perché non siamo al celebre ‘One man one vote’ di high-quality Ottocento, o del movimento anti-apartheid o ancora quello che richiedeva pari diritti civili per gli afroamericani negli anni Sessanta. No, e non solo perché in questo caso ogni televotante può avere più voti a disposizione, ma perché il voto telefonico o telematico non resolve della vita di chi vota, ma di chi, invece, si esibisce. Serve a sostituire giurie, giudici, esperti, che nell’period dei social tendono a svanire sostituiti da influencer e twittatori. Cosa che ha un senso in programmi come Il grande fratello o L’isola dei famosi, dove non ci sono particolari abilità da giudicare, ma che risulta invece addirittura poco comprensibile lì dove, come a X Issue, una giuria di ‘esperti’ c’è e dovrebbe essere in grado di decidere da sola chi è meritevole di proseguire il suo percorso nel programma senza affidarsi, pilatescamente, al giudizio del pubblico quando non vuole prendersi la responsabilità della scelta.

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Il televoto dovrebbe essere visto come un elemento di spettacolo, lì dove una giuria non ha senso di esistere, nei programmi più simili a giochi, nelle trasmissioni di puro intrattenimento, mentre invece sembra diventato regola per tutti i concorsi musicali, dove il pubblico regna sovrano. Fino a quando, ovviamente, Sanremo non cambia le carte in tavola, come period già accaduto nel caso di Ultimo qualche anno fa, o in quello di Geolier quest’anno (ma di esempi ne possono essere fatti altri dall’period del Totip a oggi). Il fatto è che fin quando period più o meno irrilevante chi fosse il vincitore di Sanremo in termini di mercato e di realtà musicale (stiamo parlando di pochissimi anni fa, Povia nel 2006, Giò Di Tonno e Lola Ponce nel 2008, ma anche il clamoroso secondo posto di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici nel 2010, tanto per citarne alcuni), tutto period soltanto un gioco e televotare un divertimento per dare un po’ di pepe al gioco stesso. Oggi non è più cosi, l’period Amadeus ha rinsaldato il rapporto stretto tra Competition e mercato musicale, vincere conta, anche se non è essenziale (pensate ai Pinguini Tattici Nucleari, terzi nel 2020 o a Lazza e Mr.Rain, secondi e terzi lo scorso anno), la classifica ha un peso, Sanremo è il momento in cui non solo la televisione ma anche l’industria della musica e quello che le gira intorno concentrano tutti i loro sforzi di un anno. Non è più un gioco, non è solo un gioco, dunque non dovrebbe necessitare di alcun televoto.

Come accade a Masterchef, dove esiste una giuria, di esperti del mondo della cucina, il cui parere insindacabile resolve chi va avanti nelle puntate e vince, come accade in Quattro ristoranti, dove addirittura il giudice, Alesssandro Borghese, è unico, e non viene mai messo in discussione, anche in television resiste ancora un residuale spazio per la competenza e rende questi programmi più credibili, non meno divertenti e, cosa che conta, non meno visti o amati dal pubblico, che ha le proprie opinioni ma, per grazia di Dio, se le tiene per se.

Pensate se la Palma d’Oro a Cannes o gli Oscar o il Leone d’Oro a Venezia venissero assegnati con il televoto, pensate se lo fosse il Premio Strega, o il Nobel. Non ci pensa nessuno, ovviamente, ma solo perché il Cinema, la Letteratura, o la Scienza hanno tutti la lettera maiuscola, mentre la canzone non ce l’ha. Gli esperti di cinema, letteratura, teatro, scienza, possono sbagliare, senza alcun dubbio, possono addirittura esprimere pareri e opinioni diametralmente opposti a quelli del pubblico (con i pageant del cinema accade spesso e volentieri), ma nessuno pensa che si debba cedere al pubblico la possibilità di assegnare i premi, la responsabilità delle selezioni è di un direttore artistico o di un comitato, la responsabilità dei premi di una giuria. Il pubblico i suoi premi li assegna ogni settimana, mandando ai vertici delle classifiche le sue canzoni preferite, o comprando i biglietti del cinema o le copie dei libri, il pubblico ha già il potere, completo, indiscusso e indiscutibile, di decidere del successo degli artisti. I premi lasciamoli advert altri, magari affiancandoli, come accade negli Usa con uno specifico “Folks Selection Award”, o decidendo una volta e per tutte che anche la vittoria a Sanremo sia soltanto governata dal televoto. Sarebbe meno confuso, più chiaro e, francamente, anche molto più divertente.

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