Debutta Sanremo 2024: lo present infinito costellato di momenti politici

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Amadeus, come prevedibile, ha vinto la sua scommessa: la sua quinta volta è andata bene, comunque al di là dei risultati dell’Auditel. E’ andata come sempre, con qualche proclama politico, con giusti momenti di testimonianza sociale, con la prima volta di un co-conduttore maschio in gonna, con la sacrosanta presa in giro degli ‘scandali’ dell’anno scorso, con tanti ospiti per il pubblico più giovane, momenti divertenti ma non troppi (nessun vero comico in scaletta), e una marea di cantanti in gara.

Diciamolo: l’enorme numero di concorrenti è l’unico punto controverso e incomprensibile, perché non è che la maggioranza delle canzoni sia stata davvero insostituibile, dieci di meno non avrebbero fatto altro che la gioia di chi avrebbe gradito andare a letto prima. E oltretutto gli ultimi dieci cantanti in scena nella notte della prima puntata sarebbe stati ascoltati non solo da chi soffre di insonnia. Tanto per essere chiari, alle 23.21 c’period il tredicesimo cantante su trenta. La classifica della prima serata è, come accade sempre e come è giusto che sia, del tutto discutibile, non tanto per Loredana Bertè, che comunque se lo merita, quanto per le due posizioni seguenti. Ma siamo solo all’inizio.

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Un inizio buono, perché si può dire che di momenti di noia veri non ce ne sono stati, perché la serata interminabile ha avuto sufficiente ritmo, le canzoni sono state in media piacevoli, ‘schifezze’ vere potremmo gentilmente dire (anche se non è vero) che non ce ne sono state. Di musica ce n’è stata, come previsto, per tutti i gusti, da Tedua (uno di quelli che prima di Amadeus non avrebbero fatto nemmeno entrare tra il pubblico dell’Ariston) a Il Volo. Il che su cinque ore (anzi di più di cinque ore per essere esatti) di spettacolo period necessario, perché sennò solo una parte del pubblico avrebbe avuto soddisfazione e in molti, forse, si sarebbero volentieri appisolati molto prima delle due di notte. E invece il ritmo ha permesso qualche scossa, quando è arrivato l’attesissimo tormentone di Annalisa o la cumbia di Angelina Mango, quando Diodato ha emozionato il pubblico, quando Loredana Bertè si è guadagnata ancora una volta l’abbraccio del pubblico, con la potenza di BigMama o quella, diametralmente opposta de Il Volo.

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Quasi tutti bravi, dunque, il che essendo le canzoni in gara ben trenta è già un ottimo risultato. Arte poca, divertimento molto, ma possiamo accontentarci, abbiamo vissuto Pageant più brutti e più noiosi. E non è andata male anche con gli ospiti come Zlatan Ibrahimovic che si è sapientemente riproposto al pubblico del Pageant e soprattutto è andata assai bene con il co-conduttore Marco Mengoni, divertente e spigliato, disposto a fare l’attore comico, più che dignitosamente, advert essere spalla e protagonista a seconda delle necessità e a fare bella figura attorno alla mezzanotte quando ha cantato le sue canzoni più famose con un set degno di una serata di gala internazionale.

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Lunga? Sì, interminabile, perché oltre a trenta cantanti ci sono tanti ulteriori ospiti musicali, e di fatti nei quaranta minuti che separano le 23.21 dalla mezzanotte e dieci, di cantanti in gara ne passano solo tre. E il panico sale soprattutto quando tutto sembra finito, dopo le due di notte, e a quel punto arriva Fiorello. Per fortuna che esiste RaiPlay.

Chi pensava di trovare un competition completamente ‘anestetizzato’, chi temeva di vedere un Pageant di Sanremo senza temi sociali o politici sarà rimasto deluso. E non solo perché in conferenza stampa Amadeus e Mengoni si sono gioiosamente definiti antifascisti e hanno intonato Bella ciao.

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Come definire se non politica la presenza di Daniela Maggio, la madre di Giovanbattista Cutolo, detto Giogiò, il giovanissimo musicista napoletano ucciso lo scorso 31 agosto a Napoli, in una banale lite. Il richiamo alla legalità, allo Stato, alla giustizia, è totalmente, completamente politico, ed è politico far vivere ancora la musica di Giovanbattista nella sua virtuale esibizione con l’orchestra del Pageant, profondamente e realmente commossa. Ed è politico il “preser-bacino” di Marco Mengoni, che in barba alle polemiche dello scorso anno arriva a dire, senza mezzi termini “tutti i baci hanno gli stessi diritti, vi potete baciare senza fare scandalo”. Ed è politico il tormentone di Ghali che cita i bombardamenti degli ospedali che segnano le guerre in corso. Ed è politica la canzone di BigMama, è politica la canzone della Mannoia, è politica ogni canzone che parla della vita, nel bene e nel male, al di là di quello che ne pensano i politici, che di canzoni, ne siamo sicuri, ne ascoltano troppo poche. Ed è stato politico l’intervento di Dargen D’Amico convintamente contro la guerra.

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Troppo facile? Populista Tutta roba antipolitica? No, è esattamente il contrario. I cantati, anche se non sembrano, ci dicono che senza la politica, quella vera, quella con la quale ci scontriamo o ci incontriamo quotidianamente, la nostra vita sarebbe terribile, sarebbe nelle mani del caso, non avremmo possibilità di scegliere e di sbagliare: Sanremo ci ricorda, invece, che esiste la politica, esiste una Società Civile, che pratica la vita e la politica tutti i giorni. Lo fa con suoni e colori, con paillette se stupidaggini, con melodie e ritmi, con divertimento e allegria. Che il mondo sia brutto e difficile lo sappiamo bene. Che si possa cambiare in meglio, senza violenza, senza rabbia, senza aggressività, anche solo parlando d’amore, ce lo dicono le canzoni, per fortuna.

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