Leonardo Pieraccioni, ‘Pare parecchio Parigi’: “In viaggio con papà. Quelli burberi di una volta erano meglio, io troppo permissivo con mia figlia. Non ho voluto fratelli, tra veri amici non c’è mai imbarazzo”

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“La mia armata Brancaleone dell’amore tardivo”. Così Leonardo Pieraccioni racconta Pare parecchio Parigi, il suo nuovo movie, affronta a modo suo – stavolta con più sentimento che sorriso – il tema della famiglia. “Ho pensato a un movie che non sembrasse neppure mio”, scherza. Per esaudire il desiderio del vecchio padre molto malato (Nino Frassica) di fare un viaggio a Parigi con i figli, tre fratelli (Pieraccioni, Chiara Francini e Giulia Bevilacqua), che non si parlano da anni, fingono di partire con lui da Firenze a bordo di un camper, che non uscirà mai dai confini di un maneggio, suscitando l’ira del vicino Massimo Ceccherini.

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Il movie (in sala il 18 con 01 Distribution ndr) è ispirato alla vera storia dei fratelli Michele e Gianni Bugli che nel 1982 partirono con il padre malato in roulotte e gli fecero credere di essere arrivati a Parigi non uscendo quasi mai dal loro podere.
“Mi ha colpito in questa storia la scellerata umanità e follia tenera di questi due fratelli che nell’82 pensarono bene di mettere il padre dentro la roulotte, di fargli credere e che sarebbero partiti, anzi partirono proprio per Parigi. Il padre, poverino, non stava assolutamente bene, gli period stato affidato in missione protetta e questi sono stati scellerati; un padre che l’ospedale ti affida in dimissione protetta non dovrebbe essere portato in una roulotte e tanto meno portarlo fintamente a Parigi. Mi piacque, questa armata Brancaleone dell’amore tardivo, come si racconta nel movie. Dodici ore spesso e volentieri possono risolvere una vita. Mi piacque e quando me lo raccontarono, il fatto che quando lo portarono sopra questa collina dove da lontano si vedevano le lucine di Pisa, il padre si aprì in un sorriso che non gli avevano più visto fare da tanti anni e disse: ‘Parigi è meravigliosa’. Non capirono mai, ovviamente, i fratelli, se period un sorriso e una carezza che faceva loro o se aveva creduto davvero in quel viaggio fantastico”.

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Che rapporto ha avuto lei con suo padre e come è cambiato il modo di essere padre?
“La mia è una generazione diversa, un mondo diverso. Inutile negare che questi telefonini abbiano cambiato i rapporti interpersonali. Io sono cresciuto e forse faccio anche sto mestiere perché i rapporti con i miei genitori o con i loro amici di quando andavano a cena insieme erano rapporti fantastici. Ero piccolino, sei, sette, otto anni. Mi divertivo come un pazzo a sentire quei racconti. Period gente semplice, ridevano, si prendevano bonariamente in giro. Sono cresciuto con questo suono fantastico che è la risata che la mia figliola bypassa automaticamente. Suppone che non possa assolutamente interessare una cena con i miei amici perché suppone che tutto quello che c’è nel telefono sia più forte. Uno mi dirà allora a questo punto ma sei scemo? Spegnere, spegnere il telefono potrebbe essere un occasione, qualche volta lo faccio, ma è troppo più forte la curiosità che ha spesso e volentieri di riaccenderlo che quella di ascoltare che cosa sta succedendo loro intorno”.

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(fotogramma)

Nel suo movie il padre è stato troppo assente. Da questo punto di vista oggi i padri sono più attenti?
È una generazione, parlo per me, sbagliata. Perché, per quanto mi riguarda, c’è anche un’altra caratteristica: appartengo a una generazione di padri separati, automaticamente il padre separato ha nei confronti della figlia il timore di averle tolto qualcosa, di averle negato una coppia sana che si ama. E forse supplisce a questo timore essendo eccezionalmente permissivo nei confronti della figlia. La mia figliola a sette anni mi disse “Ora che lo dico alla maestra che tu scherzi sempre”. Questo tipo di atteggiamento vuol dire che cerco di ricreare in casa un clima particolarmente amichevole, anche senza dinamiche exact. Ma può anche essere assolutamente sbagliato, infatti io mi chiedo più di una volta anche questo: se il mio rapporto con lei è un rapporto che la soddisfa”.

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(fotogramma)

Ma quindi erano meglio i padri di una volta?
“Se non altro il loro ruolo non si confondeva; non esisteva il padre amico come non dovrebbe succedere. Erano padri molto impegnati, anche nel lavoro forse avevano anche meno tempo meno tempo libero ed erano un pochino più burberi. Non lo so. C’è da chiedersi: un padre più burbero, più preciso, più asciutto è meglio o peggio di un padre che invece ha un rapporto più amichevole? Credo che nel mezzo ci sia la verità e bisognerebbe essere tutte e due le cose insieme. Per quanto mi riguarda io getto la spugna, così ogni tanto di default lascio andare qualche no, perché di mio io direi di sì alla mia figliola prima di ascoltarne la richiesta”.

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Nelle ultime settimane quattro movie italiani – diversi tra loro – oltre a serie di successo, mettono al centro il rapporto con il padre che spesso è irrisolto. Padri manchevoli, assenti o con dei valori sbagliati. E un ritrovarsi tra fratelli che erano persi.

“Ognuno è il movie che fa, secondo l’età che ha. Non avevo mai affrontato la famiglia, e se lo avevo fatto period una famiglia risolta, coesa. Mi viene in mente quella del Ciclone. Qui ci sono due sorelle e un fratello che imputano al padre il fatto di non esserci stato per loro, che gli è mancato tanto. Nel movie si racconta che lui period assente. Una delle cose invece a cui bisognerebbe per forza essere presente sono le recite scolastiche. Quando il bambino arriva e cerca tra la folla i parenti e i genitori, è meraviglioso quel momento in cui lo sguardo tra genitore e figlio si connette. Questo mi interessava, con il mio co-sceneggiatore, Alessandro Riccio, abbiamo lavorato su questi rapporti. I miei genitori erano sicuramente più semplici, ma sono sempre stato prima un bambino con un ragazzo poi un uomo che non ha mai voluto, un fratello, una sorella. Mi sono interrogato perché mi sono anche risposto, scrivendo questo movie. Ho l’impressione che avrei avuto due sorelle simili a quelle della storia e che, per come sono fatto io, mi avrebbero impedito certe dinamiche di libertà”.

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(fotogramma)

La Parigi nel viaggio è ricostruita con qualche mezzo a disposizione e la fantasia dei bambini. Che bambino è stato lei?
“Se fai questo mestiere, se illuminato dalla Santa Trinità, diventi un prete dalla santa bischerata, un giullare. E questo ti succede prestissimo parlando con tutti i miei colleghi anche loro ammettono che a sei, sette, otto anni avrebbero voluto fare cinema. E se sei anche autore e non solo attore, è chiaro che ti si scatena la fantasia. Nel mio caso, andando al cinema, all’Universale di Firenze. Io raccontavo alla mi’ mamma che sarei andato a studiare e invece prendevo il bus 6 e arrivavo in sala, dove ogni giorno cambiava la programmazione e c’erano i movie più belli della storia, dal cinema anni Settanta, dai Blues Brothers, ai Taxi Driver. Io andavo, li guardavo, li rivedevo. E come il Nuovo Cinema Paradiso mi sono riconosciuto nello sguardo di Totò Cascio, quando guarda quei movie eccezionali e maturavo una mia sottotraccia: che avrei voluto far succedere in Taxi Driver? Che avrei voluto far fare a quel personaggio una volta finito il movie? Ed è un modo di iniziare a scrivere, mettere nero su bianco la tua fantasia”.

Pieraccioni versione chef: critiche per il risotto buttato nella spazzatura

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Lei non ha avuto fratelli biologici, però si è creato dei fratelli – penso a Conti, Panariello – che sono d’arte, ma anche di famiglia.
“L’incontro è stato importante, perché l’amicizia si può tramutare in fratellanza. Si incontrano nella vita probabilmente sei, settemila persone, se non di più, specialmente alla mia età, che sono quasi 60 anni. Si rimane amici di cinque, ma forse quattro persone, quando nasce una comunione fantastica, quando inizi a capire che ti diverte la stessa cosa, hai rispetto per le persone in egual misura e hai un modo di raccontare che non mette mai in imbarazzo l’altro. Tante amicizie finiscono per l’imbarazzo che si ha nel sentire raccontare qualcosa. Invece tu c’hai subito una sintonia fantastica con pochissime persone, perché raccontano le cose esattamente come le racconteresti tu”.

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