Caterina Caselli e il doc su Paolo Conte: “Che emozione quel concerto alla Scala, è il racconto di un fuoriclasse dell’arte”

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Nel febbraio del 2023 il Teatro alla Scala di Milano ha aperto le porte al musicista più classico e al tempo stesso d’avanguardia del panorama italiano, Paolo Conte. Il racconto di quell’evento straordinario, di quel viaggio che il pubblico ha compiuto all’unisono con il Maestro, è diventato – grazie a un’concept di Caterina Caselli – il documentario di Giorgio Testi, Paolo Conte alla Scala, Il Maestro è nell’anima.

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(ansa)

La struttura è quella di un film-concerto. L’attesa di entrare sul palco, l’esibizione, il dialogo, gli applausi, il dietro le quinte in cui s’affacciano ricordi e confidenze. Un gioiello attorno al quale Sugarmusic, l’etichetta gestita da Caselli, ha disegnato un progetto che comprende un album (vinile e cd sono usciti il 24 novembre) e un podcast scritto e raccontato da Giulia Cavaliere, con le voci, tra gli altri, della stessa Caterina Caselli, Francesco De Gregori, Lucio Corsi, Francesco Bianconi, Dente, Colapesce e Dimartino, Mahmood e la linguista Beatrice Cristalli. Abbiamo intervistato Caterina Caselli.

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Questo movie potrebbe essere messo in una capsula nello spazio per raccontare l’umanità, per quanto è denso d’arte e di vita.
“È un viaggio con la voce narrante di Paolo Conte che racconta come un grande artigiano è vicino all’arte. E quindi è un movie sull’arte, in cui l’artista racconta anche come crea, come avviene il percorso compositivo, il partire dalla musica per ispirarsi a testi che sono poesie, un viaggio che ti cattura dal punto di vista sonoro. Viaggi visionari, meravigliosi. E poi tocchi con mano quelle composizioni: all’inizio c’è un pensiero, c’è un desiderio, una conoscenza armonica importante attraverso i suoi studi, attraverso le sue scelte musicali e poi finalmente ci sono le parole, i testi che raccontano le etnie dei paesaggi, e anche degli spaccati di momenti di vita. C’è molta sincerità, c’è il gioco d’azzardo, c’è un fuoriclasse”.

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(ansa)

C’è un dialogo prezioso con i suoi musicisti e con il pubblico. Come se in quel momento, appunto, non ci fosse soltanto un’esecuzione, ma qualcosa che si crea.
“È talmente coinvolgente che poi, naturalmente, non ti basta mai. Io il movie l’ho visto quattro volte, e in ognuna quando arrivo alla fantastic, anche se so come finisce, so quello che cube, comunque mi emoziono, perché tocca la nostra parte più emozionale. E anche dopo l’ennesimo ascolto c’è sempre quella frase, quella parola che ti colpisce. Così lui disegna, ricordando l’epoca del 1930 che lui ama dal punto di vista artistico. Tanto è vero che il suo musical Razmataz – ossia quando mio nonno andava a Parigi a vedere Joséphine Baker – è il primo titolo che ricordo da quando lavoravo per lui, tanto tempo fa”.

Il vostro primo incontro?
“Tutto è iniziato quando ho ascoltato per la prima volta la sua canzone, Insieme a te non ci sto più. Mi ha rapita, l’ho sentita per sei giorni consecutivi. I discografici all’epoca non erano convinti che io dovessi cantare questa canzone, perché ero una cantante molto popolare e quel brano per loro period troppo “alto”, per un pubblico elitario. E invece io volli assolutamente incidere quella canzone. E il primo incontro con lui è proprio in studio. Ricordo che io sono un contralto dal punto di vista canoro, ho un’estensione bassa. E la partitura period su un’altra tonalità. Per cui lui, mentre noi siamo andati a mangiare – e ancora ce lo rimprovera – si è messo lì e ha abbassato tutte le tonalità della partitura affinché potessi cantarla. E questo è stato il primo incontro, e poi ho conosciuto Egle (Lazzarin, la moglie ndr), a cui sono molto legata. Paolo period un uomo affascinante perché eravamo abituati un po’ a vedere cantanti diciamo sempre vestiti in un certo modo. Lui invece period vestito come un uomo, un uomo fascinoso con questo viso che potrebbe anche essere francese, mi ricordava Walter Matthau che adoro. Soprattutto rimasi affascinata da come si esprimeva, dal suo eloquio speciale. Fu un incontro magico che si è trasformato in una amicizia longeva. Noi siamo stati legati anche quando non lavoravamo più insieme, avevamo venduto la CGD alla Warner. Però ci siamo sempre sentiti, abbiamo sempre nutrito un affetto sincero e la stima con lui e con Egle”.

Cosa rappresenta nella musica italiana una figura come la sua?
“È un fuoriclasse a tutti gli effetti, e io credo che sia un artista che rimarrà nella storia, un grande del Novecento, un musicista elegant. A questo unisce anche la straordinaria capacità di armonizzare in maniera non scontata, e aggiungiamo anche la poesia con la quale entra nella tua sfera emozionale. È unico”.

L’Italia lo ha sempre sostenuto nella carriera o ci sono stati momenti in cui è stato meno facile?
“Guardi, le mode ci sono sempre. A volte si può pensare che magari il mercato premi, diciamo così, un certo tipo di musica. Però la cosa straordinaria è che Conte è sempre di moda o fuori moda: lui è un classico. Tra l’altro devo dire che anche come persona e come artista è stato sempre coerente con questo. Per esempio, mi ricordo, quando lavoravo per lui, c’erano delle regole che lui dettava: “La musica deve parlare per me”. Diceva “non voglio fare televisione…sono i miei testi e le mie canzoni devono parlare per me” e noi abbiamo cercato sempre di seguire questa sua filosofia”.

Il ricordo più intenso ed emozionante?
“Ce ne sono tanti. Devo dire la verità c’è un momento carino che voglio ricordare: lui scrisse Spaccami il cuore e che poi cantò anche Mia Martini, che cantai anche io ma che lui però l’aveva scritto per Patty Pravo, poi per tante ragioni la cosa non period andata. Mi ricordo che period un 6 gennaio ma l’anno mi sfugge, eravamo in ufficio e in collegamento con Dizzie Gillespie e il suo supervisor. Paolo aveva scritto il testo in inglese Don’t break my coronary heart e parlava con il supervisor dall’altra parte, Paolo lo commentava in inglese, ed period un momento bello, c’period la neve alta…Poi quel brano è stato cantato da Gillesbie e Miriam Makeba e ricordo quel momento creativo, magico, al telefono dall’altro capo dell’oceano. E c’period anche Renzo Fantini che voglio ricordare, un supervisor con cui abbiamo fatto cose meravigliose, un gentiluomo”.

Pensa anche lei che, come cube Conte all’inizio del movie, tutte le arti vorrebbero essere musica?
“Sì, perché siccome la musica comunque non si vede, ma si sente, io penso che attraversi tutte le opere, anche quelle pittoriche. C’è sempre un’armonia dentro, e l’armonia proviene dalla musica”.

Cosa ricorda di quella serata alla Scala così affollata e magica da cui è nato il movie?
“Eravamo avvolti tutti insieme, c’period nel pubblico, un entusiasmo, un godimento totale nel vedere, nel sentire questa musica all’interno di quel teatro storico che ospita normalmente i grandi compositori di musica classica, di opera. E credo che quella sera Paolo Conte fosse nel suo posto della mente, perché la sua musica, la sua arte doveva anche essere lì, così come ha calcato tanti palcoscenici importanti prestigiosi in tutto il mondo. Mancava la Scala. Finalmente la Scala ha aperto quelle porte, ed è stata una meravigliosa soddisfazione”.

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