‘Una sterminata domenica’, triangolo di ventenni a Venezia. Il regista: “Il mio cinema tra videogame e anime”

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Le sterminate domeniche estive che non si sa come riempirle. Si può fare un salto in spiaggia, un giro in centro sullo sfondo la voce di papa Francesco e l’Angelus, una corsa in auto o in tre su una moto, un pranzo dalla nonna. Una sterminata domenica, il movie di esordio del trentunenne Alain Parroni, in concorso in Orizzonti racconta di Brenda, Alex e Kevin, tre ragazzi neppure ventenni in una Roma periferica. Brenda ha appena scoperto che è incinta, Alex vuole un lavoro perché il bambino nasca in sicurezza, Kevin ha solo voglia di lasciare un segno, è un author che marchia la città. “Per me la domenica è un tempo della vita, quando finisce l’adolescenza, finiscono le scuole, l’educazione canonica e tu ti trovi in quell’eterna vacanza in cui nessuno più ti cube cosa fare – racconta Parroni –  dopo che per anni ti è stata information una struttura a tappe all’improvviso ti si cube ‘ora decidi te’ e ti ritrovi in una sorta di sterminata domenica dove hai apparentemente una grande libertà ma se tutta la settimana ti hanno detto cosa fare è difficile poi un giorno solo della settimana sapere chi sei e cosa veramente vuoi fare”. 

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Il racconto della quotidianità di questi ragazzi, dei loro sogni, delle loro frustrazioni, è allo stesso tempo sprofondato nella contemporaneità ma potrebbe appartenere a qualunque epoca. “Volevamo che la storia fosse universale, che raccontasse la periferia di una grande città da Tokyo a Torino e soprattutto restituire le dinamiche adolescenziali quasi epiche che appartengono a quel momento della vita – cube il regista  – Abbiamo fatto scelte in quella direzione banalmente anche nei dispositivi abbiamo scelto di utilizzare le suonerie e non mostrare le grafiche perché il nostro movie può essere ambientato dieci anni fa come tra vent’anni, qualcosa che lasciasse il segno”. 

Enrico Bassetti, Zackari Delmas, Federica Valentini, tre giovanissimi attori nei panni di Alex, Kevin e Brenda alle prese con un movie che li racconta e li rappresenta. “Brenda sono io – cube Federica che con il regista ha condiviso tanti anni di preparazione di questo movie – ma è stato difficile interpretarla proprio perché mi rappresentava talmente tanto, mostrava chi ero io mentre io non avrei voluto mostrarmi”. “Le cose sul set si sono mischiate – cube Enrico – maneggiando la visione di Alain, la sceneggiatura, la reazione con gli altri due, cercando di restare il più vicino possibile al personaggio alle volte mi confondevo, mi sentivo un’emozione molto vicina e oggi la sento distantissima”. “Tutta l’ansia io la scaricavo in Kevin – cube Zackari – la cosa più difficile per me è stato, da torinese, parlare romano, ma ascoltavo la troupe e il rap romano a manetta”.

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Nato il 14 febbraio 1992 nella campagna romana, diplomato in Arte della grafica e della fotografia esplorando le tecniche del Cinema d’animazione tradizionale e della Vr, Parroni ha firmato il suo primo corto a 18 anni. “Realizzando un’opera prima ti confronti con tutto quello che ti ha costruito – cube Parroni – ma solo facendo uno sforzo immenso riesci a capire che scegli un’inquadratura, una musica, per un’educazione audiovisiva che hai avuto e quindi se all’inizio c’period magari un riferimento più nobile, poi non si scampa da quello che ti ha cresciuto. C’è la television che ho visto, gli anime, i videogame, anche il musicista siamo andati a prenderlo in quel mondo. Le musiche sono di Shirō Sagisu che ha firmato la musica di Evangelion, Shin Godzilla, movie molto lontani dal mio. Solitamente sono storie di mostri che distruggono le città, ma poi riflettendo anche nel nostro movie ci sono mostri nella città”.

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Parroni contribuisce all’età media bassa di questa ottantesima Mostra del cinema sul fronte di registi, interpreti e anche presidenti di giuria come lo stesso Jonas Carpignano chiamato con la sua giuria a giudicare il movie. “All’università si parlava quasi del cinema come fosse una lingua morta – commenta – siamo cresciuti in un momento in cui sono subentrate le piattaforme, si sono imposti altri linguaggi – come i podcast – per raccontare storie. Quello che ritrovo nei giovani spettatori e registi è invece la consapevolezza che abbiamo un nostro linguaggio, forse siamo al punto di partenza di qualcosa di nuovo nel cinema. Come se fosse stata appena inventata la stampa ma non ancora l’alfabeto. È un momento molto fertile”. Ai ventenni che andranno a vedere il movie in sala il regista consiglia di “lasciarsi andare alla visione e alla relazione con il suono e mettere un po’ da parte la struttura narrativa. Abbandonatevi all’esperienza”. 

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