Pageant di Spoleto, il bilancio di un’edizione all’insegna delle mutazioni

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Ogni proposta teatrale che in questo 2023 ha scelto (o accettato) d’insediarsi sulla scena del 66° Spoleto Pageant, terza edizione diretta da Monique Veaute, ha espresso l’intento, la vocazione o anche solo il bisogno inconscio di mutare un percorso artistico, di correggere un’aspettativa sociale.

I “Ciarlatani” di Silvio Orlando 

A Silvio Orlando è advert esempio toccato il ruolo di attore che forse maggiormente ha inteso riflettere sul proprio mestiere senza dover appagare i temi consolidati dell’essere un comico, senza fare il front-man d’uno spettacolo, senza prodursi sul palco in una parabola narrativa lineare. Ed ecco che, insieme agli spettatori del competition, abbiamo quindi avuto con lui un incontro del terzo tipo, nella commedia Ciarlatani (Los Farsantes) scritta e diretta dal madrileno Pablo Remón, affrontata da quattro interpreti, lo stesso Silvio, Blu Yoshimi, Francesca Botti e Francesco Brandi, un solid alle prese con circa venti personaggi. La struttura del lavoro prevede più livelli epocali dagli anni Ottanta a schemi quasi odierni, più linguaggi evocati (cinema, video, teatro), alterna qualità e smarrimenti, susseguirsi di emozioni e traumi, cambi estremi di ritmi, battute dwell e in remoto, manifestate da chi non c’è, o non c’è più. Il destino d’una giovane attrice, la brava Blu Yoshimi, figlia d’un regista di movie non di culto, pronta a rischiare e a non capirsi in un testo-testamento di Sarah Kane, fa da filo rosso. E a poco a poco s’imprime però l’umanità a tutti cara di Orlando, sotto forma di fantasmi familiari in proscenio, infine nei meccanismi d’un toccante psicodramma in un bar di vecchi. Chiede paziente ed enigmistica adesione al pubblico, “Ciarlatani”, ma nell’epilogo, grazie al contributo di tutti, premia molto.

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Kafka e Luca Marinelli

A quest’impresa di un’affollata epica contemporanea condannata a controtendenza, e a nemesi, si associa il suo opposto, la vertigine solitaria di Una relazione per un’accademia tratta dal racconto di Franz Kafka, lo sforzo di una scimmia/creatura singola che sfida una comunità: in questo caso il gesto fuori-pista ha avuto a che fare sia col battesimo assoluto (e incuriosente) d’una regia teatrale cui ha dato luogo un già mitico beniamino della cultura scenica e filmica come Luca Marinelli, e non gli è stata direi da meno l’avventura deviante di un attore tedesco come Fabian Jung che ha sfoderato un’integrale efficiency in italiano avendo della nostra lingua la sola conoscenza relativa alle parole del testo, come usano i protagonisti lirici padroni di libretti in idiomi a loro estranei.

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Un merito trasversale in più, va detto, è da riconoscere a Marinelli che nella sua naturale residenza in Germania ha scoperto Jung alle prese con l’adattamento berlinese della Relazione, immaginandone l’esportabilità. Lo spettacolo parte dalla vestizione di un conferenziere animalesco, da noi con citazione canora napoletana, abbondanza luminosa di occhi di bue, declamazioni da varietà sulla fuga fino all’arrampicata su un’altissima scala che culmina sul pubblico. Un exploit di energia.

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© Andrea Veroni 

L’intellettuale in mutande

Contro un’altra parete lignea a mo’ di fondale/schermo/confine di una sauna si infrange Zio Vanja secondo la regia di Leonardo Lidi, un Cechov con le sigarette in mano, una messinscena di personaggi femminili cotonati tipo anni Sessanta, un capolavoro russo, mozartiano e beckettiano i cui studi sulla natura del medico Astrov diventano quadri di un cartone animato childish. Ma c’è di più e ci sono molte trasposizioni dilatate nel tempo, nella malinconia buffa e isterica del secolo scorso, in questo allestimento che si colloca al centro della rilettura umana, filosofale e struggentemente calma d’una trilogia cechoviana cui Lidi vuole imprimere il susseguirsi di pensieri linguistici, modalità comunitarie, costumi ruggenti, sensi irritati oltre che umiliati. È così che questo Zio Vanja sterza bene, senza mai eccessi di attualizzazioni. Col Vanja nostro antenato di Massimiliano Speziani, con l’Astrov ambientalista di Mario Pirrello, con l’Elena iconica di Ilaria Falini, con la Sonja ecce foemina di Giuliana Vigogna, col professore di Maurizio Cardillo, con Francesca Mazza, Giordano Agrusta, Angela Malfitano, Tino Rossi. Tutti through through seduti sulla lunga panca ai piedi del muro di betulla. Con l’intellettuale di famiglia in mutande, e donne che sanno d’essere belle, brutte, inutili. Con un adorabile cane che circola in scena. E qualcosa più d’un bacio.

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© Andrea Veroni 

Baricco e Atene

A bypassare il diktat ‘Arrendetevi o vi distruggeremo’, a superare le leggi del più forte e del più debole, e a individuare civiltà nuove e prescindenti dai fatti della Russia e dell’Ucraina (l’concept di questa lezione-concerto è nata prima), è Tucidide. Atene contro Melo con testo e regia di Alessandro Baricco, con musica di Giovanni Sollima, con in scena Gabriele Vacis, Valeria Solarino, Stefania Rocca e i 100 Cellos diretti da Sollima e da Enrico Melozzi. Una narrazione-negoziazione teatrale, sonora, concertistica, orchestrale che rompe gli argini delle storie distant mediterranee, che coinvolge sul palco voci soliste di raccontatori e di portavoci contrapposti, e una falange di solisti strumentisti capace di alzare i violoncelli come scudi, armi, armature pittoriche. Appoggiandosi a Tucidide e alla sua Guerra del Peloponneso, Alessandro Baricco è l’autore-regista di una partita bellica antica, gigantesca, viscerale, avendone saputo valorizzare un play che prende sostanza, dopo l’introduzione di un cronista storico (Gabriele Vacis), dalla contesa del rappresentante della potente Atene (Valeria Solarino) e della sottoposta isola dei Meli in rivolta (Stefania Rocca), con finale dignitosa sconfitta di questi ultimi. Gli assoli di Sollima, il rumoreggiare delle milizie strumentali, l’imperialismo di Atene e il sacrificio a testa alta dei Meli hanno fomentato una sinfonia umana e disumana durissima, rara, di incalcolabile potenza, con appendice di falchi e colombe in un ‘largo’ di destini.

Sergio Blanco e i quadri di Francis Bacon

Va a sua volta al di là di ogni autocontrollo esistenziale e artistico, semina ogni comune senso del pudore, Divina Invención (o la celebración del amor) con testo, regia e interpretazione del franco-uruguaiano Sergio Blanco, con lui insediato a una scrivania, capace di mutare e potenziare una scenografia che alle sue spalle è costituita da uno schermo illustrante una strepitosa serie di immagini che mostrano corporee e violente pose di anatomie maschili, sorprese nell’intimità più assoluta o in un decalogo di sport che chiedono adesione pelle a pelle di associate in gioco, in mischia, in rapporto fatale. Va detto che questo repertorio di mescolanze anatomiche è tutto ricavato da quadri soggettivi e sfinenti di Francis Bacon. A Blanco interessa fare un discorso su di sé fondato su violenza, morte e amore. Il suo materiale di lavoro, nella sua conferenza autofunzionale, parte dall’approccio senza limiti col suo allenatore in una palestra di boxe, e il suo diario comprende poi esperienze avute a Istanbul, con approfondimenti di dolore/piacere. I riferimenti sonori sono di Satie, dei Rolling Stones. Un’altra tappa iconografica mostra una memoria di George Dyer amato da Bacon e morto per overdose. Poi Blanco si sofferma su Fassbinder, Genet, Camus. Non si risparmia mai, minuto per minuto.

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© Andrea Veroni 

La sorpresa Laetitia Casta

Un’altra fuga esistenziale, di mostro sacro che fugge dalle carriere mercenarie, è ritratta e vissuta in modo eccezionalmente sostanziale da Laetitia Casta in Clara Haskill. Prélude et fugue, con testo di Serge Kribus e regia di Safy Nebbou, con lei protagonista accanto alla pianista Isil Bengi. Qui viene da esprimere una sincera sorpresa per la maratona identificatrice di Casta nei panni, nelle sembianze, nella figuratività anatomica, nella purezza incorrotta del viso, nella frugalità millesimale delle dinamiche di una donna di eccezionale talento che attraverso la musica ha sfidato il dolore, la malattia, la guerra e l’umiliazione. Prestigioso è il meccanismo del doppio con cui sono sintetizzate le partiture vocali di lei persona, e, in immersiva sintonia, le efficiency alla tastiera della sua compagna pianista di scena. Ma va anche tributata un’intensa riconoscenza alla drammaturgia delle luci che mai are available questo caso sono emerse a fattore commovente o di esaltazione in una struttura priva di scenografie ma ricca di tagli evidenziatori, di primi piani da galleria d’arte moderna, di luminosità poetica o tragica. Spesso Laetitia Casta è parsa rispondere a una coreografia di linee che hanno manifestato senso quanto le sue battute, con una castità che l’ha privata di ogni anagrafe, di ogni profilo ritrattistico, riservandole una leggerezza da eterno conservatorio.

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Il “Sarto per signora” secondo Carlo Cecchi

A dare altri sensi e sessi al repertorio apparentemente immodificabile di Georges Feydeau ci ha pensato un attore artista che non finisce mai di stupirci, un Carlo Cecchi in panni generosi di regista di una produzione con giovani attrici e attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, in quel titolo di culto che è Sarto per signora. Il mosaico di mariti amanti, di amanti moleste, di amabili domestici, di padroni immobiliari senza amore e di altre entità disamorate con un atelier che fa da scombussolato cuore di appuntamenti e casuali incontri è un po’ la materia prima di un groviglio che a Cecchi ha suggerito un montaggio di effetti, di ruoli e di contro-ruoli adattissimi a qualità di interpreti alle prime (già munitissime) armi, e davvero tutte le situazioni comiche di Feydeau, tutti i potenziali comici degli allievi, e tutti i generi cui questo solid ha saputo dare voce e corpo, hanno alimentato uno spettacolo imprevedibile, un congegno di istintiva piacevolezza, un’opportunità di battesimo da ricordare a futura memoria. A seguire Cecchi sono stati Anna Bisciari, Lorenzo Ciambrelli, Doriana Costanzo, Marco Fanizzi, Vincenzo Grassi, Ilaria Martinelli, Sofia Panizzi, Marco Selvatico.

Il male sacro raccontato da Antonio Latella

A spiazzare ancora una volta il suo pubblico, in modo sempre nuovo, è infine stato il regista Antonio Latella, capace di portare minuziosamente in scena, anche lui con le attrici e gli attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, un testo pubblicato dalla collana Einaudi nel 1963, Il male sacro di Massimo Binazzi (Assisi 1922- Perugia 1983), opera febbrile ambientata tra lo Ionio e la montagna, di un drammaturgo che in quanto cattolico e omosessuale, rimase fuori dai circuiti, anche se il Piccolo Teatro di Milano annunciò questo titolo, presto però rinunciandovi. La scrittura ciclica di Binazzi, che a Latella ricorda Gabriel Garcìa Márquez, echeggia e pianta nel 900 una sorta di tragedia degli Atridi, con una Calabria prima del fascismo e poi nella Seconda guerra mondiale. Il male sacro del titolo è l’epilessia, con patologie ancestrali, non senza risonanze odierne ermafrodite perché a volte prive di identità maschile e femminile. Un complesso di 17 interpreti, tutti invariabilmente in tutù, affronta i quattro quadri del lavoro. In un impianto che usa due pareti ‘a elle’ prese in prestito da un’altra impresa accademica, quella di Luca Ronconi con In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi che nacque nel medesimo Teatrino delle Sei utilizzato oggi da Latella.

Non entriamo per ora, in questo bilancio complessivo del teatro di Spoleto 2023, nel minuzioso merito di ognuna delle quattro scansioni del testo, con relativi distinti linguaggi. Per un totale di circa otto ore di spettacolo devotamente messo a punto da Latella. Il modo ermetico (e fluido, di uomo che è donna) di Mara, componente della famiglia Morace, avvia le azioni. Il nucleo domestico ha aspetti esorcistici, circensi, poi c’è posto per minacce, sesso, sentimenti incestuosi, sangue, ritualità. E la storia evolve con apocalissi, con le uccisioni che sono un epilogo ereditato dall’antica Grecia. Tant’è che mi porto through memorabili le esclamazioni conclusive di Mara, un’Elettra ellenica, che grida “Mamma! Copriti il seno. Cos’hai? Sangue? Ho sparato?…”. In scena Ilaria Arnone, Jacopo Carta, Vanda Colecchia, Eny Cassia Corvo, Leonardo Della Bianca, Chiara Di Lullo, Leonardo Di Pasquale, Luca Ingravalle, Fabiola Leone, Paolo Madonna, Federico Nardoni, Fausto Stefano Mario Peppe, Maria Vittoria Perillo, Domenico Pincerno, Michele Scarcella, Maria Grazia Trombino, Teresa Vigilante

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